La cena di Saint Selevan

St Selevan's stone Quando una povera ragazzina ricca sposa un bellimbusto, non dovrebbe essere sorpresa se di quando in quando egli torna a casa a notte fonda con gli occhi rossi, l'umore ringhioso e l'aria impenitente. Ciò che Olwenna, la figlia strabica di Re Tewdrig, non riusciva a capire era perché ogni volta che Bernan ritornava a letto da lei in tali condizioni, dovesse puzzare invariabilmente di pesce. 

Erano stati sposati un anno prima da Saint Selevan e, stando insieme davanti all’altare, nessuno dei due riusciva a credere alla propria fortuna: Olwenna, perché aveva un marito dal torace così vasto e dalla barba così nera e Bernan perché non sarebbe più dovuto andar per mare, ma avrebbe potuto poltrire tutto il giorno sulle pelli di tasso di un’accogliente capanna e chiamare le serve di Olwenna a riempire ripetutamente il suo calice di idromele – cosa che le fanciulle erano ben lontane dal non voler fare. 

Durante l'inverno Olwenna diede alla luce un figlio e con l'arrivo della bella stagione Bernan soleva imbragare il fagotto alla sua schiena e portarlo giù per la valle fino all’insenatura dove sua madre e cinque fratelli vivevano in un rifugio malsicuro alla base di un'infausta scogliera. Per qualche tempo, Bernan si sentì perfettamente soddisfatto del benvenuto principesco che riceveva a casa sua e di avere un bambino ridacchiante da far ciondolare sulle ginocchia di sua madre, e non gli importava che sua moglie fosse brutta al limite della deformità, e per di più strabica, perché grazie a lei aveva guadagnato posizioni nel mondo. 

Ma poi il bambino morì e venne sepolto da Saint Selevan sotto un cespuglio di rosmarino lungo le rive del fiume Fowey. 

Olwenna era inconsolabile, non solo per la perdita di suo figlio, che – così le assicurava Selevan – si era allontanato da lei per dirigersi soltanto verso il Paradiso, ma perché aveva perso anche suo marito e lui, lei ne era sicura, si allontanava per smarrirsi nei letti di altre donne. 

Ma questo ancora non spiegava l’opprimente puzza di pesce. 

Olwenna si risolse a portare le sue preoccupazioni in confessione – dopotutto Selevan godeva della fama di abile pescatore. Sebbene non avesse mai messo piede su una barca, passava lunghe ore fuori a Lamegoat Head con una bacchetta di salice, e una lampada nottetempo, prelevando pesci dal mare con la stessa abilità di un bambino che raccoglie bacche a Alban Eleud. Gli increduli pensavano che egli predicasse omelie ai pesci che catturava, prima di rigettarli nel mare; i cinici invece additavano la pancia tonda di quell'uomo santo e commentavano dicendo quanto dovesse essere gustoso lo sgombro fresco fra i denti. Eppure Selevan conosceva ciò che tutti i pescatori conoscono: l’appagamento che discende dall’attesa silenziosa presso acque profonde, così affine all’appagamento della preghiera. 

Quale consiglio poteva darle? Egli aveva qualche sospetto su ciò in cui Bernan era invischiato, ma non si trattava certo di quel genere di intuizioni da poter spartire in confidenza con una giovane donna di nobili natali, specialmente con una che era ancora in lutto per la morte del suo unico figlio. Così la spedì a casa e le disse di lasciare tutto nelle sue mani. 

Questo succedeva nel mese della luna del cacciatore, a Samhuinn – una luna così luminosa che chiunque guardasse fuori in direzione di Lamegoat Point poteva vedere la lampada di sego di Selevan che illuminava una distesa di rocce piatta e deserta. Ma non c’era nessuno a guardare: a quell’ora i giovani lussuriosi erano indaffarati nelle loro attività viziose, mentre i docili buoni indugiavano in casa, intenti nelle loro comodità. Uno sguardo casuale notò la lampada gialla che riluceva nella baia e presuppose che il buon santo fosse lì di fianco. Ma Selevan passò le notti della luna del cacciatore sotto una tela cerata nella baracca del pesce, accovacciato fra i barili di sardelle, in attesa di Bernan. 

La dodicesima notte, la veglia di Selevan venne premiata. Bernan entrò nella baracca del pesce con Prua, una quindicenne alticcia: la fanciulla più carina fra Rame Head e Dodman. E se Selevan tenne gli occhi ben aperti per vedere l’abominio al quale Bernan la forzava, tali li mantenne poi per rafforzare le sue preghiere per il pesce, per il quale il santo aveva una speciale simpatia. 

E in seguito a tutto questo, mentre Selevan seguiva il sentiero sulla scogliera che portava a Lamegoat, sotto una luna che illuminava la strada più chiaramente che il sole in molti pomeriggi d'inverno, ed era perso nei suoi pensieri, non serve immaginare che giudicò Bernan e Prua troppo severamente dopo ciò che aveva visto: perché la perversione di Bernan era il risultato del suo dolore mentre Prua–come qualsiasi altra giovane fanciulla–era curiosa di vedere a quale pazzia il suo fascino potesse spingere un uomo. Inoltre, come non è insolito tra i santi, Selevan era disposto a guardare ai peccatucci della carne con indulgenza, e mentre raccoglieva la sua lampada e la sua attrezzatura si sentiva abbastanza sereno. 

Cosa che non sarebbe stata se avesse saputo di non essere, quella notte, l’unico testimone delle scorrerie di Bernan su Prua fra le pile di pesce. 

E che Olwenna era fuori di sé dalla rabbia. 

Per una settimana sfuggì alle carezze di suo marito. Se lui entrava nella stanza, lei ne usciva. Lo serviva durante i pasti, ma sedeva all'altro capo del tavolo in silenzio, con un’espressione di pietra. 

Poi un mattino Bernan si svegliò e la trovò che lo guardava sorridendo, con un vassoio apparecchiato con latte addolcito col miele e dolci allo zafferano. Il suo malumore si era dissipato come le nubi gravide di tuoni su Carn Brea. Inspiegabilmente, e per tutta la settimana successiva, lo sguardo di Olwenna divenne docile come gli occhi di una cerbiatta, e fu tanto amorevole come lo era stata nei giorni del loro corteggiamento. Meglio – perché aveva imparato come toccarlo per portarlo al piacere, e non lo disturbava mai per avere dei baci. Gli portava i dolcetti che aveva preparato in cucina e provvedeva che il suo calice di idromele non fosse mai vuoto. E se si tratteneva lontano da lei per tutto il pomeriggio, lei lo perdonava al suo ritorno con un sorriso. Così la notte in cui lei suggerì una passeggiata al chiaro di luna dopo cena, Bernan fu pronto ad accontentarla. Voleva camminare fino al mare, disse, e così fecero. Voleva sedersi ancora sulle rocce, tenendolo per mano. Bernan le sussurrò perfino qualche dolce parolina all’ orecchio. Era una notte calda. Passeggiarono lungo il molo dove le barche dei pescatori dondolavano come uccelli marini addormentati. Con sua grande sorpresa, Bernan si rese conto che non era nemmeno irritato con sua moglie per aver insistito di camminare a braccetto in pubblico in quel modo. Poi tornarono indietro, finché non giunsero all’ombra della baracca del pesce. 

Olwenna sollevò il catenaccio e lo condusse dentro. Dapprima rimasero in piedi, fianco a fianco nell’oscurità, tenendosi per mano, ma non appena i loro occhi si abituarono al buio che li circondava, lei scoprì che l’interno di quel luogo era illuminato da un bagliore di chiar di luna che filtrava attraverso la fila di buchi grossi come un pugno, allineati all'altezza della vita, che servivano ad aerare la costruzione e che, al centro del pavimento, la pesca del giorno – che aspettava di essere cernita e salata o immersa in salamoia – riluceva come un tesoro d’argento. 

Olwenna si allungò verso l’alto e appoggiò le mani attorno al collo di Bernan. L’odore di pesce era opprimente. Quando la lingua di lui trovò la sua, lei pensò ai loro corpi che si contorcevano, al colpo di coda di un pesce persico, alla nodosità dei ricci di mare sotto la sua schiena, ai granchi in complotto sotto quella massa mezza morta e si spinse via da lui. 

“Non qui,” gli sussurrò. 

“Sì, qui,” sibilò egli ribattendo. Le sue mani avevano già raggiunto i fermagli del vestito di lei. 

E quando Olwenna fu nuda davanti a lui, Bernan atterrò le mani sui suoi fianchi, la sollevò e la lanciò, come un pescecane recalcitrante, sulla cima della pila. 

Come Bernan si gettò su di lei con tutto il suo peso, Olwenna si contorse e si dimenò per liberarsi da lui, ma più lei lottava e più affondava nel pesce. Ogni resistenza era inutile. Rimase immobile e tirò un lungo, lento respiro sforzandosi di pensare alle foreste e alla luce del sole e a qualsiasi cosa che fosse lontana – e facendolo, in quel minuscolo atto di rilassamento, oh meraviglia delle meraviglie! Avvenne un miracolo. Improvvisamente il repellente letto di pesce sotto di lei apparve fresco e morbido come il più setoso delle lenzuola e, tirando un profondo respiro, inalò il profumo del mare. Era nell’immenso oceano, il suo corpo flessuoso come quello di un delfino, e il corpo di Bernan era sopra di lei, che la premeva in ogni suo punto; aveva il calore e la forza del sole, generatore di vita nelle profondità marine. Olwenna cominciò a ridere. Il pesce la solleticava. Stava ballando nell’argento. Non appena il salterellare indecente di Bernan sul suo corpo si arrestò con un sussulto, lei aprì gli occhi. Stava sorridendo. Poi, una nuova ondata di piacere scoppiò in lei, infinitamente più forte di qualsiasi mero piacere fisico lui le avesse mai procurato: poiché quando alzò lo sguardo verso suo marito, vide la smorfia di orrore che era stampata sul suo volto. 

Sul cuscino di pesce accanto al suo c’era la testa decapitata di Prua. 

 I suoi occhi erano stati cavati dalle loro orbite da chele di aragosta e una ceca si stava nutrendo della sua lingua. L’amore che Bernan faceva aveva spinto sua moglie sempre più in fondo sul loro letto scivoloso e li aveva portati sempre più vicini a questa piccola sorpresa che sua moglie aveva preparato per lui. 

Selevan non sapeva nulla dei risvolti matrimoniali di Olwenna: solo che in primavera era nuovamente in attesa di un bambino, e che ogni domenica se ne andava dalla sua chiesa felice come un chierichetto, con il suo imbronciato ma bel marito che trotterellava devotamente dietro di lei. 

Un caldo e profumato pomeriggio di giugno Olwenna e Bernan, ancora una volta genitori, erano stati invitati dall’eremita dalla chioma argentata per discutere i preparativi del battesimo della loro figlia. E Selevan era fuori a Lamegoat Point sperando di riuscire a catturare qualcosa da potere offrire ai suoi ospiti per cena. 

Il mare era una massa immobile color cobalto. Non c’erano onde e solo piccole pezze di superficie si increspavano di tanto in tanto al passaggio di qualche brezza smarrita. Ad intervalli di dieci minuti, l’enorme distesa d’acqua vibrava come il sospirare di un mostro marino per poi piombare di nuovo nell’inerzia. Anche Selevan sospirava perché sapeva che il pesce non abboccava mai in giorni come quello. Teneva mollemente la bacchetta fra le mani. I suoi occhi erano ipnotizzati dall’orizzonte lontano. 

Con uno strappo improvviso, la sua bacchetta si piegò in due, quasi balzando fuori dalle sue mani pigre. Sentì la sua preda avventarsi verso il letto del mare e saltò in piedi, strattonando il ramo di salice verso il cielo. Corse lungo la sporgenza rocciosa (su cui si trovava) per tirare la lenza. Per interi minuti la lotta rimase in bilico; poi, lentamente in un primo momento, sentì la lenza strattonare con meno convinzione. Ancora un minuto e la battaglia era vinta. 

Sul suo amo non c’era uno bensì due abramidi. Si meravigliò per l’improbabilità della cosa: come potevano due pesci aver ingoiato il suo amo nello stesso istante? Eppure era così e l’amo era lì che trapassava le loro fragili mascelle. Due pesci sbattevano sulla roccia e guardarono verso di lui con occhi imploranti. Forse era un segno; in ogni caso avrebbe avuto una cena appropriata da offrire ai suoi ospiti. 

Quando i pesci vennero serviti dinanzi a loro, Olwenna sentì il suo stomaco rigirarsi e la carne di Bernan divenne fredda come polpa di merluzzo. Entrambi impallidirono; spinsero via i loro piatti e si scusarono perché non potevano mangiarli. 

“Dovete figlioli perché sono stati mandati apposta per voi,” insistette Selevan, e raccontò loro (l'incredibile) storia di come i due pesci fossero stati catturati con un solo amo. 

Marito e moglie ascoltarono in silenzio. La loro figliola appena nata dormiva al fianco di Olwenna. Questa era la loro punizione. Alla tavola di Selevan, inondati dal sole estivo che tramontava, Olwenna sapeva che la debolezza di suo marito l’avrebbe costretto a confessare. Si allungò, prese una manciata di gallette d’avena dell’eremita e li stipò con forza nella bocca. Afferrò coltello e forchetta e si sforzò di mangiare il pesce. Bernan sentì gli occhi di sua moglie inchiodati addosso che lo spingevano a fare lo stesso. 

Selevan li guardava perplesso mentre mangiavano, con lo sguardo assente; e poi essi crollarono sotto il suo tavolo, strozzandosi e vomitando e rantolando per la mancanza di respiro. 

Questo è il motivo per cui, fino ad oggi, lungo le coste meridionali della Cornovaglia, l’abramide é conosciuto con il nome di ‘chuck-cheeld’ (o ‘strozzabambin’) – sebbene l’unica bambina presente, Saint Adwen, avesse dormito tranquillamente per tutta quella breve notte estiva e al mattino fosse stata accolta nella famiglia di Selevan come sua figlia adottiva. Ed anche lei è ricordata nelle preghiere cornovagliesi.

© 2008 R. Rushforth Morley

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